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Trasmettere l'anima a una montatura: Alain Mikli a Silmo

Alain Mikli racconta a Silmo 2026 l'eredità che vuole lasciare e perché un gruppo come Luxottica ha scelto di investire nella competenza. Il commento di Alessandra Salimbene.

Alain Mikli a Silmo: l'eredità di un uomo e la scelta di un gruppo

Ogni volta che incontro Alain Mikli è un momento della mia vita. Lo dico all'inizio del video, prima ancora della prima domanda, e lo ripeto qui perché senza questa premessa il resto sarebbe un resoconto, mentre vorrei che somigliasse di più a una testimonianza. A Silmo ci siamo visti per la prima volta a Parigi, nella sua città, in un piccolo spazio che porta il suo nome, e ci siamo salutati come ci si saluta quando si è contenti davvero di rivedersi.

Una storia lunga quasi cinquant'anni

Alain Mikli, all'anagrafe Alain Miklitarian, ha aperto il suo studio di design a Parigi nel 1978 e da lì ha costruito uno dei nomi più riconoscibili dell'occhialeria d'autore: montature che nessuno scambiava per altre, collaborazioni come quella con Philippe Starck per la linea Starck Eyes, un'azienda, Alain Mikli International, nata attorno al suo nome e al suo modo di vedere. Nel 2012 il gruppo Luxottica ha rilevato Alain Mikli International.

La cessione conteneva un patto di non concorrenza, e per Alain è cominciata una lunga pausa: per diversi anni non ha potuto usare il proprio nome sugli occhiali. Non si è fermato del tutto, ha continuato a lavorare con il nome intero, Alain Miklitarian, ma la collezione che portava il suo nome andava avanti senza di lui. Poi Luxottica lo ha richiamato e con un nuovo accordo Alain è tornato a portare avanti la collezione Mikli, quella che oggi guida di nuovo dall'interno del gruppo. Sono passati circa tre anni dal suo ritorno.

Un uomo che si racconta

Mi ha detto che alla sua età non avrebbe mai pensato di restare quattro giorni in una fiera ottica, e che l'ha fatto per assumersi la responsabilità di lavorare dentro un'azienda che definisce incredibile per dimensioni, per varietà, per complessità. Era contento di rivedere ottici che conosce da anni e di incontrarne di nuovi, di generazioni diverse, e mi ha raccontato dei commenti molto positivi ricevuti in questi giorni.

Poi gli ho ricordato una cosa che mi aveva detto prima di cominciare: che era lì non soltanto per la collezione e per il design, ma per trasmettere la sua eredità a una nuova generazione. L'intervista ha cambiato passo. Ha detto che riportare il business di Mikli a un livello alto fa parte dell'accordo ma non è l'accordo, e che l'accordo vero è trasmettere la sua passione e le sue competenze: la tecnica con cui si produce un occhiale e il modo in cui lo si pensa. Ha aggiunto, con una semplicità che mi ha colpito, che il tempo corre molto in fretta e che non sarà lì per sempre. La sua passione, ha spiegato, è fare piccole quantità, quasi pezzi unici, per un cliente alla volta; in quella stessa azienda c'è chi ha il compito opposto, far arrivare milioni di paia di occhiali, e lui riconosce di stare dalla parte contraria e di condividere con i colleghi la stessa voglia di lasciare qualcosa che serva al futuro.

A ringraziare, a quel punto, è stato lui. Ha ringraziato Francesco Milleri, che a suo dire ha una visione chiara e ha capito che non è soltanto una questione di design e non è soltanto una questione di nome, ma di competenze, di esperienza, di una passione da condividere con i tecnici, con i designer e, piano piano, con chi si occupa di marketing, comunicazione e vendite. Mentre lo ascoltavo ho pensato che è raro sentire un designer dire che la parte più importante del suo lavoro è quella che in una collezione non si vede.

Quello che penso di Luxottica

Voglio dirlo con chiarezza, perché guardando le cose da fuori non era scontato. Un gruppo come Luxottica, che a prima vista sembrerebbe non avere nulla da imparare da nessuno, ha scelto per decisione del suo vertice di investire in un bene che a bilancio non compare: la competenza, il racconto, l'esperienza di una persona che può scendere negli stabilimenti, tra le macchine nuove e gli operai da formare di cui Mikli mi parla, e far capire con le proprie mani come si trasmette l'anima a una montatura. Lo immagino così, e mi emoziona più di quanto mi aspettassi.

Luxottica ha una lunga storia di acquisizioni e, a mio giudizio, ha seguito quasi sempre una logica industriale comprensibile: portare i marchi che entrano nel gruppo dentro processi, linee e canali comuni, omogeneizzarli al resto. È una logica che funziona sui volumi e che ha avuto un prezzo che chi lavora dal lato del banco conosce bene, perché molti di quei marchi hanno perso parte del loro appeal e dei tratti che li rendevano distintivi, sacrificati alla produzione di massa. Non è un giudizio sulle persone, è un'osservazione maturata in trent'anni di lavoro con gli ottici. Per questo la scelta di cui mi parla Mikli mi sembra, con la prudenza di chi osserva da fuori, un passo avanti: trattare il sapere come un bene da proteggere e da passare di mano invece che come un costo da assorbire. Lui stesso dice che si tratta di una strategia vera dell'azienda, capita ancora da poche persone perché è un grande cambiamento, e che per costruire competenze servono molti anni. Lo prendo come un'onestà che mi fa fidare di più.

Il carattere, per pochi e per ciascuno

Quando Alain dice che vuole aiutare ogni cliente ad avere la propria personalità e a non somigliare a qualcun altro, mi torna in mente quello che mi aveva già detto nelle interviste che gli ho fatto in passato. Il ruolo dell'ottico, mi diceva, è costruire l'architettura del viso, scegliendo occhiali che lo migliorino e che siano omogenei con esso, in modo da formare un tutt'uno con il volto della persona e con la sua personalità. È la stessa idea, detta allora dal lato dell'ottico e oggi dal lato del prodotto, ed è l'idea di carattere su cui lavoro da anni con gli ottici indipendenti.

Mikli è esplicito sul fatto che il suo non è un prodotto per tutti: dice che serve al venti per cento del mercato, o meno, e che gli basta, perché se tutto il mercato va in una sola direzione il business cade. Per un ottico indipendente la lezione è scomoda, perché un prodotto fatto per pochi si vende solo se si sa chi sono quei pochi. Mikli lo dice dal suo lato: spingere un prodotto senza parlare con l'ottico, senza capire chi è e di che cosa ha bisogno, per lui è un disastro. Quando chiedo a un titolare che cosa lo differenzia, nove volte su dieci ricevo un elenco di marchi, e un marchio pensato per il venti per cento, esposto come tutti gli altri, non trova il suo venti per cento. Un prodotto così non si vende con lo sconto: si vende migliorando la soluzione che il cliente porta a casa. Per ora il suo lavoro si vede soprattutto sull'acetato; sul metallo dice che ci sta lavorando e che ci vorrà tempo.

Una conversazione aperta

Avremmo parlato per ore, e in un certo senso lo facciamo da anni: la nostra conversazione è aperta dai tempi del Covid e non ha mai avuto una vera fine. Ci siamo dati appuntamento a Mido per riprenderla, con un'altra collezione e un altro modo di mostrarla, e credo che la riprenderemo anche prima, a distanza.

💬 Una domanda per te: nel tuo negozio, chi ha un sapere che rischia di restare con lui, e che cosa stai facendo perché passi a qualcun altro?
Che cosa significa per la tua attività?

Se questo tema riguarda una decisione del tuo centro ottico o un progetto aziendale, il primo passo è una call: partiamo dal tuo contesto.

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